Uzbekistan di Stefano Danieli

Marzo 2014, Uzbekistan

Lasciata Taskent, capitale dell’Uzbekistan, arriviamo  a Samarkand dopo una cavalcata di qualche centinaia di km su strade polverose in pessime condizioni, schivando innumerevoli buche e voragini, incrociando mucche, pecore, carretti trainati da buoi carichi di bambini e balle di cotone, vecchissimi e fumosi camion di epoca sovietica, costeggiando immensi campi di cotone e poveri villaggi costruiti con mattoni di fango essiccati al sole.

Nelle campagne, assai di rado, si vede qualche antico trattore. Altrimenti, aratri trainati da cavalli e gruppetti di uomini e donne chini sotto il sole portano faticosamente avanti il lavoro.

Salutiamo  pastori e cow boys che rispondono sorridenti.

Non sto conducendo il cavallo cantato da Roberto Vecchioni nella celebre canzone Samarcanda, ma una comune automobile noleggiata nella capitale. Non e’ in ottime condizioni, ma dovrebbe farcela…

Sul sedile posteriore, la mia famiglia si gode il viaggio.

Samarkand, Bukhara, Shakrizab… citta’ mitiche sulla via della seta dove talvolta si puo’ credere di essere un po’ Marco Polo e i visi dai tratti mongolici, i costumi e il cibo segnalano che l’oriente non e’ poi cosi’ lontano da qui.

Capisco cosa abbia spinto l’antico Viaggiatore a continuare la sua marcia verso est.

I mercati, una coloratissima caotica moltitudine di persone, animali, banchetti di verdure, spezie, merci, rottami e prodotti di ogni sorta, nascono spontanei sul ciglio della strada in corrispondenza dei rari villaggi che incontriamo.  

Ciclopici vecchi camion, decrepiti autobus e taxi collettivi attendono di essere inverosimilmente carichi prima di riprendere la strada. 

Diamo un passaggio a un nonno con la nipotina, ma non riusciamo a capire sin dove intendono arrivare.

Dopo una lunga “conversazione” intuisco  che il nonno, con l’Armata Rossa, ha viaggiato per mezza Unione Sovietica. 

Le strade sono pressoche’ sprovviste di indicazioni stradali e di notte, anche nella capitale, assolutamente prive di illuminazione.

Accosto per chiedere conferma della direzione. Un giovane uomo mi risponde in fluente inglese americano. Ha trascorso cinque anni negli Stati Uniti partecipando ad un programma di scambio culturale per giovani agricoltori ed infine e’ rientrato in Patria a coltivare i sui vigneti.

Le indicazioni sono semplici: sempre dritto per 65 km, seguendo l’unica strada di fronte a noi. Alla prima, e unica, rotonda, girare a destra e proseguire dritto per altri 45 km…..

Le tradizioni, gli abiti colorati, i profumi, la gentilezza, l’ospitalita’, veramente genuine e non inscenate per i rarissimi turisti, sono ovunque presenti.

Attraversiamo  un paese poverissimo, dove McDonald e Coca Cola non sono ancora arrivati, dove la gente, non ancora persa dentro il video dei telefonini, si siede in cerchio sotto un grande albero a parlare, dove al “ristorante” si mangia sempre e ovunque lo stesso cibo, dove e’ difficile trovare la benzina, ma un aiuto, un sorriso e una chiacchierata non si negano proprio a nessuno.

Al mattino presto, indosso le mie calzature da running e, un po’ infreddolito,  inizio l’esplorazione di stradine e portici ove i venditori stanno cominciando a disporre tappetti rosso sangue, ceramiche dal tradizionale colore azzurro, tessuti variopinti, pellami, coloratissimi berretti. Dai forni a cupola si estraggono profumatissimi pani caldi e i bambini, con la divisa della scuola, trotterellano allegri.

Percepisco la serenita’ e la mitezza della gente, nella loto dignitosa poverta’. Quello che noi giudichiamo  “indispensabile” qui spesso non esiste, eppure, per certi versi, queste genti dell’Asia centrale appaiono molto piu’ ricche di noi occidentali.

Resto letteralmente a bocca aperta quando, per la prima volta, vedo le superbe cupole blu delle  celebri moschee, mausolei  e scuole coraniche di Bukhara e Samarkand.   Quasi da solo e senza alcun impedimento  corro fra svettanti minareti, in immense spianate e cortili circondati da porticati rivestiti da maioliche verdi e azzurre. I vividi colori balzano fuori dal color sabbia di queste  antiche citta’ Uzbeche. Mi aspetto, da un momento all’altro, di veder sopraggiungere una carovana di cammelli proveniente dal vicino Kyzyl Kum, il Deserto Rosso.

I molti kilometri alla guida mi hanno un po’ imbalsamato  le gambe e le ripetute che ho in programma risultano quanto mai faticose. Resisto e defaticando verso la nostra sistemazione  mi godo ancora lo spettacolo degli antichi monumenti.

I passanti mi sorridono incuriositi.

Il viaggio volge ormai al termine.

Con gli occhi pieni di colori e sorrisi, il cuore ancora stupito da cosi’ tanta ospitalita’, enormemente arricchiti dal nostro breve incontro col popolo Uzbeco, lasciamo Taskent per rientrare nella nostra “seconda casa” in Azerbaijan.

Ancora buone cose e buone corse a tutti.     

Stefano Danieli