Dicembre 2012 - di Stefano Danieli

Amici,

se mai verrete in Azerbaijan non tentate di ripercorrere le strade che sto per descrivervi.
Il mio e’ un percorso della mente, un insieme di immagini raccolte nelle mie corse e riassemblate di fantasia.

Questa mattina ho dormito un po' di piu' e poi sono uscito a correre.
Parto dalla mia casa nel piccolo centro storico e mi dirigo verso il  centro della città nuova.

Baku ha 3 milioni di abitanti e i bellissimi palazzi del centro, di gusto europeo, sembrano finti e, di fatto, lo sono. Dietro le perfette facciate si aprono terrificanti cortili pieni di rifiuti, rottami, automobili. I balconi interni sono chiusi a mo’ di ‘veranda’ con ogni sorta di materiali: tavole di legno, cartoni, mattoni, lamiere, pezzi di ringhiere…

La mia immagine si riflette nelle vetrine di Bulgari e Valentino.

Mi sembra di essere dentro  uno spot pubblicitario sulla  modernità e la ricchezza del paese.

Imbocco un vialone lunghissimo e più mi allontano dal centro  più il marciapiedi si fa sporco,  pieno di buchi e immondizia. Enormi palazzi popolari si intervallano a casette costruite con materiali di fortuna. Cumuli di macerie e rifiuti occupano i pochi spazi non edificati.

Garage e piccoli locali a bordo strada ospitano gommisti, auto lavaggi, macellai, verdurieri, officine, negozietti... Nell’aria, polvere e puzza di rifiuti dati alle fiamme...

Ogni tanto si incontrano delle piazze a celebrare la Repubblica e allora ricompaiono marmi, pulizia e prati curatissimi.

Salgo fino alle tre bellissime Flame Towers. Si trovano in un quartiere molto ricco, con ampie strade e una bella vista sulla città. Maserati, Porsche e Bugatti sono parcheggiate in eleganti cortili.

Dalle  torri sento l’urlo dei motori delle auto da corsa che sfrecciano sul lungo mare per l’occasione tramutato in un circuito automobilistico cittadino.

Un monumento commemorativo sulla sommità della collina ricorda quanti furono massacrati a Baku dall’Armata Rossa nel 1990. Nel 1991 l’Azerbaijan proclamo’ l’indipendenza dall’Unione Sovietica.

Scendo dalla collina delle Flame Tower passando in una zona poverissima.  Case col tetto in lamiera accanto a vecchie fabbriche abbandonate,  gente che si arrangia in microscopici negozietti, palazzi popolari di aspetto postatomico con le facciate zeppe di parabole e condizionatori arrugginiti, strade tortuose piene di buchi.

Corro avendo al mio fianco le linee dell’acqua e del gas che nelle periferie sono sempre fuori terra. A quando risalirà la loro ultima manutenzione?

Riguadagno di nuovo il Bulvar (il lungo mare) e corro verso ovest.

Passo accanto  a una enorme vasca divisa in canali scavalcati da ponti in marmo e cristallo in stile veneziano. Nei canali navigano delle gondole elettriche con cui è possibile attraccare al bar al centro della “laguna”.

Appena dopo un km dal termine del Bulvar, dopo l’enorme bandiera dell’Azrbaijan (e’ lunga 100 metri) lo scenario improvvisamente cambia di nuovo. Deprimenti e fatiscenti sobborghi sovietici, scheletri di fabbriche abbandonate, catapecchie, officine improvvisate lungo la strada, mucchi di macerie, una discarica a bordo strada con povera gente che fruga fra i rifiuti.

Non si vedono più macchinone, ma solo vecchie Lada sgangherate e fumosi autobus arrancanti su uno stradone a 6 corsie per senso di marcia.

Il traffico è ovunque intensissimo e caotico. L’aria è puzzolente e pesante. 

Mi sorge il dubbio che praticare il podismo in questo Paese sia dannoso per la salute.

Raggiungo la foresta di pompe oscillanti per l’estrazione del petrolio risalente agli anni ’30 e che compare nelle scene iniziali di Agente 007 Il mondo non basta.

Ci passo in mezzo. Un paesaggio di polvere, pozze di fango e petrolio, cani randagi.

Il vento forte e il cielo grigio rendono il paesaggio spettrale, ma stranamente affascinante.

Davanti a me, una interminabile salita mi sfida a raggiungere la grande moschea che si erge su un promontorio che si affaccia sul mar Caspio.

La moschea, in stile ottomano, risale al 1998. L’edificio originale, risalente al XIII secolo, venne demolito dai sovietici nel 1934.

Raggiungo la moschea osservando alla mia destra colline brulle di terra giallastra e alla mia sinistra gigantesche piattaforme petrolifere al largo della costa, qualche albergo stagionale, cantieri navali, spiagge terrose. 

In lontananza la bandiera dell’Azerbaijan mi avverte che e’ meglio rientrare e che il forte vento mi richiedera’ uno sforzo supplementare. Mi aspettano 15 km prima di ritrovare casa.

Stefano Danieli